Il pensiero ti prende a tradimento. Mentre dai l’aspirapolvere. Mentre lavi i piatti. In occupazioni banali, quotidiane, anche poco divertenti, se vuoi.
Tac. Un’immagine. Un ragazzo nero aggrappato al bordo di una barca.
Porca vacca, da dove viene tutta sta polvere…
Tac. Un uomo col berretto di lana e una giacca a vento sporca.
Ma quanti peli perdono sti gatti….
E le ciabatte infradito di plastica.
Ma ecco dove sono finiti tutti i cucchiaini….
Occhi bianchissimi col vuoto dentro.
Un fagotto di stracci che sono tutto quello che hai. Che sono una casa.
E vaffanculo la polvere, i cucchiaini e anche i gatti.
Non ce la fai. Non trovi più il senso. Lo perdi, il senso delle occupazioni normali. O meglio, non ti sembrano più tanto normali. Non le trovi più così scontate.
Perché non l’ha deciso nessuno che tu dovessi nascere dalla parte giusta. Magari stava scritto da qualche parte, se credi nel destino. Ma non è così ovvio che non sia stato un caso. Non te lo sei mica meritato.
Perché c’è chi lascia tutto, sebbene poco, e rischia di morire per il sogno di un po’ di polvere da spazzare e due stoviglie da sistemare. Quello che per te è solo una rottura di palle. Perché ci saranno anche pochi soldi, e la crisi, e i prezzi sempre più alti. Ma io non lo so, cosa vuol dire avere fame.
E di certo sarò suonata, o paranoica, e lo so che è stata questione di fortuna, che io sia nata al Bufalini di Cesena e non in Liberia o in Burkina Faso, e davvero lo vorrei, non pensarci, ma non riesco a evitare di sentirmi in colpa.