9 giugno 2021

La forza della (auto)narrazione: Il primo giorno, di J. Woodson e R. López

Che effetto fa entrare in una stanza e non vedere nessuno che ti somiglia?

Che effetto fa parlare e tuttx ridono?

Che effetto fa quando tuttx guardano la merenda che ti ha preparato tua madre e ti vergogni tanto che quasi non ti piace più ?

E ci vuole tanto coraggio ed è faticoso avere tanto coraggio e sentirsi comunque sempre fuori posto.

Finché non cominci a condividere le tue storie.

Un albo della pluripremiata scrittrice Afroamericana Jacqueline Woodson, illustrato con i colori brillanti, luminosi e ben definiti dell’artista messicano Rafael López,  che parla di primi giorni, di solitudini, e della forza delle narrazioni e dell’auto rappresentazione. Da pochissimo tradotto in italiano e pubblicato da Nord e Sud.

(Qui la foto dell’edizione in inglese)




4 maggio 2021

"LA MIA ISOLA LONTANA": UN ALBO SU IDENTITA', RICORDI E LOTTA

 


La mia isola lontana, scritto da Junot Diaz, illustrato da Leo Espinosa e tradotto da Giuseppe Iacobaci, è un albo illustrato dal tratto marcato, i colori vivaci e una storia coinvolgente e non banale. 

Già non è frequente trovare albi illustrati in italiano che rappresentino bambini o bambine dalla pelle scura.

Ancor meno frequente è trovare albi con protagonisti-e razzializzati-e che non trattino del tema della migrazione in modo traumatico, cioè con racconti di sofferenza/violenza/paura.

E ancor più raro, almeno per la mia esperienza, è trovare albi che uniscano a queste caratteristiche un racconto di attivismo e lotta .

La mia isola lontana è, più che un albo sulla migrazione, un albo sulla ricostruzione di un passato, quindi di una identità. Perchè Lola è arrivata da piccolissima nel paese in cui ora vive, quindi la sua migrazione non la ricorda. E questo è il suo problema, perchè visto che “i bambini [e bambine] della scuola di Lola venivano tutti[e] da posti diversi, la sua era la scuola dei luoghi lontani”, quando l'insegnante della sua classe chiede ai bambini e bambine di fare un disegno “del Paese da cui venite, la vostra prima nazione”, Lola non sa cosa fare, non le viene in mente nulla dell'Isola, visto che era andata via “prima di quando cominciano i ricordi”. (Degna di nota la scelta delle parole, impeccabile). Inizia così la ricerca dei ricordi. Non tanto i suoi, ma quelli delle persone del quartiere, della sua comunità, che avevano ognun* un ricordo particolare da condividere con lei: i pipistrelli “grandi come lenzuola”, la musica, la frutta, il caldo, l'uragano....la sua gente racconta e Lola disegna, disegna, riempie fogli, cercando di combattere la tristezza e la desolazione e anche la rabbia di non riuscire ad afferrare nella sua memoria qualcosa di quell'Isola.

Una storia della/sulla memoria e delle/sulle proprie appartenenze. Perchè “solo perchè non ricordi un luogo, non significa che quel luogo non sia dentro di te”, dice la sua abuela.

Ma anche una storia di resistenza e lotta, perchè quando Lola comincia a chiedersi “L'Isola sembra un posto bellissimo. Perchè siamo andati[e] via?”, emerge una storia di violenza: sull'Isola era arrivato un mostro, così forte da distruggere villaggi e cancellare famiglie. La paura. Ma soprattutto il coraggio, perchè alcune persone si ribellarono, “si stancarono di avere paura e andarono a combattere contro il Mostro”, e lo sconfissero. Persone comuni che, insieme, diventano eroi ed eroine.

Junot Diaz è uno scrittore dominicano naturalizzato statunitense che, all'età di 6 anni, lasciò la Repubblica Dominicana sotto la dittatura di Rafael Leonidas Trujillo Molina per riugiarsi con la sua famiglia negli Stati Uniti. Raffigurare il dittatore Trujillo come un mostro, racconta in una intervista, permette alle persone adulte di passare a Lola la loro storia, la storia del paese che hanno lasciato, in modo che lei possa comprenderla e rappresentarsela.

Una curiosità interessante: nella prima edizione statunitense del libro, il mostro era raffigurato di colore nero. Diverse comunità di lettori e lettrici Ner* hanno protestato contro questa scelta con la casa editrice, dal momento che rafforzava lo stereotipo del colore nero come colore della violenza, e avrebbe potuto rafforzare lo stereotipo verso le persone Nere come persone violente e distruttive. La casa editrice ha accolto la protesta, e nella nuova edizione il mostro è verde.

Un albo da proporre non solo ai bambin* ma anche a ragazzini e ragazzine più grandi, perchè mostra un modo collettivo per riprendere in mano la propria storia e il potere delle persone comuni, insieme, di cambiare la Storia.

25 luglio 2020

PERCHÈ È IMPORTANTE, E POSSIBILE, AFFRONTARE CON I BAMBINI E LE BAMBINE DISCORSI SU STEREOTIPI E DISCRIMINAZIONI

[Nota sul linguaggio: in questo testo (e d'ora in poi) ho deciso di non usare il maschile universale/neutro e specificare sempre maschile e femminile dei nomi e degli elementi accordati al nome. In alcuni casi ho usato l'asterisco, consapevole del dibattito intorno a un linguaggio “neutro” che però rischia di invisibilizzare alcune soggettività, in particolare le persone non binarie. Su rapporto tra linguaggio “ampio/inclusivo”, realtà e trasformazione della realtà consiglio la lettura di "La rivoluzione parte anche dal linguaggio: intervista a Ethan Bonali","Si può cambiare la realtà attraverso il linguaggio? (conversazioni sulla traduzione transfemminista)" e "Il personale è linguistico"]

Le persone adulte possiedono molti stereotipi sull'infanzia (per una definizione di stereotipo vedi qui). Ci sono tante credenze negative che aleggiano sui bambini e le bambine, per esempio che siano capricciosi-e, egoisti-e, piagnucolosi-e. Ma circola anche l'idea, e paradossalmente spesso negli stessi ambienti, che i bambini e le bambine non abbiano loro stess* stereotipi e pregiudizi sulle altre persone e il mondo. O almeno questa ambivalenza sembra emergere nella volontà di minimizzare l'importanza di aprire con loro percorsi di discussione/azione su stereotipi e discriminazioni affermando che “non ce n'è bisogno, basta far giocare i bambini-e insieme e tutto andrà bene, non ci saranno più razzismo, sessismo ecc..”. Come se mettere insieme dei corpi bastasse. Ma non basta.

E' vero che la natura dei bambini e bambine è “buona”, tuttavia è necessario sapere come i bambini e le bambine costruiscono la propria identità e la propria conoscenza del mondo e come nel corso di questo processo diversi fattori si intersechino.

Come sostiene Louise Derman-Sparks nel suo testo “Why an Anti-Bias Curriculum?”, "i bambini e le bambine costruiscono la propria identità e i propri comportamenti attraverso l'interazione di tre fattori: l'esperienza con i loro corpi, l'esperienza con il loro ambiente sociale, il loro stadio di sviluppo cognitivo. Perciò, la costruzione delle loro idee ed emozioni non è semplicemente il riflesso diretto né dei loro schemi culturali né delle loro strutture biologiche innate”.1

L'esperienza del/col proprio corpo e del/con il mondo esterno è essenziale. I bambini e le bambine conoscono il mondo facendone esperienza, lo trasformano e ne sono trasformat*. Il mondo adulto e la società hanno dunque effetti sulla costruzione dei loro immaginari, della loro rappresentazione del mondo, delle altre persone e di se stess*; gli stereotipi e i pregiudizi della società influenzano le loro credenze e comportamenti. Ecco perchè limitarsi a mettere insieme dei corpi in uno spazio non è sufficiente per creare comunità basate sul rispetto per l'altr*, sulla solidarietà, sull'accoglimento delle diversità di ognun* (diversità che intendo neanche come valore ma proprio come realtà esistente da accettare come tale). Mettere insieme dei corpi e basta non è né prevenzione né cura. Forse il contatto quotidiano nelle scuole, nei parchi, nelle strade fra bambin* di generi diversi ha risolto o diminuito il sessismo, la misoginia, la violenza verso chi si identifica come donna?

Fin da molto piccoli-e i bambini e le bambine iniziano a notare e valutare le differenze ed a categorizzare il mondo. Questa consapevolezza delle differenze non ha di per sé un valore negativo, semplicemente è, avviene. Quello che crea una visione negativa o positiva delle differenze è il modo in cui ci si rapporta ad esse; costruirsi una modalità di approccio positivo e appropriato alle differenze (di razza, genere, abilità, fisicità ecc...) richiede, sostiene Derman-Sparks, una guida da parte di una persona adulta (genitore, insegnante, educatore/educatrice) che abbia fatto e stia portando avanti un certo percorso personale.

Durante il loro secondo anno di vita, i bambini e le bambine inziano a notare le differenze di genere e razza. E' anche possibile che inizino a notare le disabilità fisiche, anche se abbiamo indicazioni per cui sembra che questo avvenga uno o due anni più tardi. Dai due anni e mezzo circa, i bambini e le bambine imparano l'uso appropriato delle etichette di genere (bambino, bambina) e imparano i nomi dei colori, che iniziano ad applicare al colore della pelle. Dai tre anni di età (e a volte anche prima), i bambini e le bambine mostrano di essere influenzati-e dalle norme sociali e dagli stereotipi e possono esibire “pre-pregiudizi” verso le altre persone sulla base del genere, della razza o dell'avere una diversa abilità.” Tra i tre ed i cinque anni, cominciano ad interrogarsi sugli attributi costanti del proprio sé, sulle regolarità e sulle trasformazioni del proprio sé, ponendosi domande su genere (“sarò sempre maschio o femmina?” , “se faccio un gioco considerato da maschio divento un maschio?”), sul colore della propria pelle (“si può cambiare?”, “da dove viene?”), sulle disabilità (“se gioco con qualcuno che non cammina non camminerò più neanch'io?”). A partire da questa età, il linguaggio usato dalle persone adulte, i loro comportamenti, i vestiti che le persone adulte di riferimento scelgono per loro, così come i giocattoli e i giochi proposti, fino ad arrivare al contatto con i media, influiscono in modo molto forte sulla costruzione della loro conoscenza del mondo. Per fare un semplice esempio, il commento di un commesso o commessa sulla presunta non adeguatezza di un colore per un certo genere può influenzare in modo molto forte la costruzione di stereotipi di genere già a pochissimi anni di età. E ancora di più se questo commento proviene da una persona adulta di riferimento.

“Dai quattro o cinque anni di età”, continua Derman-Sparks, “non solo attivano comportamenti appropriati per genere così come sono definiti dalle norme sociali prevalenti, ma li rinforzano tra loro senza intervento adulto. Usano motivazioni razziali per rifiutarsi di interagire con bambini e bambine diversi-e da sé mostrando disagio, e mostrano rifiuto verso le persone con disabilità. La misura in cui bambini e bambine di 4 anni hanno già interiorizzato ruoli stereotipati di genere, pregiudizi razziali e paura delle persone con disabilità rende evidente la necessità di attivare una educazione anti-stereotipi con i bambini e le bambine già da questa età” e, aggiungerei, anche prima.

Da ambienti libertari mi è stata mossa la critica su questo ruolo di guida della persona adulta in questi ambiti. Capisco la perplessità, ma mi trovo d'accordo con Ann Pelo quando paragona l'educazione antistereotipi e antidiscriminazione all'educazione ecologista: nel momento in cui i bambini e le bambine stanno costruendo la propriaconsapevolezza dell'ambiente intorno a loro che darà forma al loro vivere nella e con la Terra, a chi verrebbe in mente di lasciare che imparino che la Terra è una risorsa da sfruttare e abusare senza guidarl* verso un altro tipo di relazione con la Terra stessa?

L'educazione contro gli stereotipi, le discriminazioni, il razzismo, l'omolesbobitransfobia, il sessimo, l'abilismo è necessaria, ed è possibile in quanto i bambini e le bambine come attiv* creatori e creatrici di significato sono impegnat* ogni giorno nel comprendere come funziona il mondo, nel trovare uguaglianze e differenze, nel vedere e creare possibilità.

“I bambini e le bambine”, scrive Ann Pelo nell'introduzione al testo Rethinking Early Childhood Education, “sono fortemente interessati-e a dare un senso al loro mondo sociale e culturale; insegnanti ed educatori e educatrici possono unirsi a loro in questa ricerca, guidandoli verso una comprensione accurata ed empatica – o possiamo lasciarli-e soli-e a cercare di trovare una risposta a queste domande, arrivando a conclusioni basate su informazioni errate e pregiudizi culturali. Quando ci impegniamo con i bambini e le bambine in domande sull'identità e l'equità stiamo partecipando all'opera di rimodellamento della nostra società2


1 Dermann-Sparks L., “Why an Anti-Bias Curriculum”, in Pelo A., (a cura di) Rethinking Early Childhood Education, Rethinking Schools, 2008, pp. 7-12. Anche le citazioni successive della stessa autrice sono tratte dallo stesso testo.

2 Pelo A., (a cura di) Rethinking Early Childhood Education, Rethinking Schools, 2008, introduzione.


3 luglio 2020

GLOSSARIO ANTIRAZZISTA

Credo che, per impegnarsi in un percorso di antirazzismo, sia importante conoscere e riflettere su alcune parole e alcuni concetti. Non è l'unica cosa da fare, ovviamente, ma da quello che ho capito ascoltando e leggendo persone nere/non bianche impegnate nella lotta antirazzista mi sembra che l'autoeducazione da parte delle persone bianche sia il primo step per poter entrare in questa lotta da alleate/complici.

Propongo qui la spiegazione di alcuni termini/concetti. Si tratta per lo più di traduzioni del glossario presente nel sito Racial Equity Tools . Ricontrollando il sito, ho visto che hanno modificato il materiale su cui mi sono basata per creare queste traduzioni, arricchendolo di riferimenti. Trovate il loro materiale aggiornato scaricabile in pdf qui; le mie traduzioni fanno riferimento alla versione precedente.
Altre traduzioni le ho create a partire da articoli e materiali del sito Teaching Tolerance, che è stato per me una miniera essenziale di conoscenze e spunti.

Quasi tutte le traduzioni sono state ospitate nei mesi scorsi sulla pagina Facebook dell'Associazione "I colori dell'adozione", una associazione di famiglie adottive con sede a Rimini che sta portando avanti un interessante percorso di riflessione e auto-formazione sulle adozioni transrazziali. 

I commenti, le critiche (costruttive magari), i suggerimenti sono sempre ben accetti.

Stereotipo: credenza esagerata, immagine o verità distorta riguardo a una persona o un gruppo; una generalizzazione che non permette, o permette in misura limitata, differenze individuali o variazioni sociali. Gli stereotipi sono basati su immagini dei mass media, opinioni veicolate dai genitori, dal gruppo dei pari o altri membri della società. Gli stereotipi possono essere positivi o negativi. (da tolerance.org)

Pregiudizio: opinione, preconcetto o attitudine riguardo a un gruppo o ai suoi membri individuali. Può essere positivo o negativo. Spesso i pregiudizi sono accompagnati da ignoranza, paura o odio. Si formano attraverso un complesso sistema psicologico che inizia con l'attaccamento a un circolo chiuso di frequentazioni o “in-group” come la famiglia. Il pregiudizio spesso ha come obiettivo gli “out-groups”, cioè gruppi percepiti come esterni. (da tolerance.org). Preconcetto o attitudine ingiustificati, e di solito negativi, di individui o gruppi verso altri gruppi e i suoi membri. Queste attitudini negative di solito sono basate su generalizzazioni arbitrarie (stereotipi) che negano il diritto dei membri individuali di un certo gruppo ad essere riconosciuti e trattati come individui con caratteristiche individuali. (da www.racialequitytools.org's glossary)

Discriminazione: comportamento attraverso cui le persone vengono trattate in modo iniquo a causa della loro appartenenza a un gruppo. Il comportamento discriminatorio, che inizia con comportamenti “leggeri” per arrivare ai crimini d'odio, spesso inizia con stereotipi negativi e pregiudizi. (da tolerance.org). La discriminazione è un trattamento iniquo dei membri di diversi gruppi basato su genere, razza, classe sociale, orientamento sessuale, abilità fisica, religione e altre categorie. (da www.racialequitytools.org's glossary)

Pregiudizio nascosto: si tratta di stereotipi e pregiudizi nascosti o automatici, cioè che eludono il controllo conscio. Possono rivelarsi in azioni, specialmente quando lo sforzo di una persona di controllare il proprio comportamento si riduce a causa di stress, distrazione, rilassamento, competizione. Le credenze e attitudini inconsce sono associate al linguaggio e a certi comportamenti come contatto visivo, battiti delle palpebre e sorrisi. […] Le persone che sostengono che i pregiudizi al giorno d'oggi non sono un gran problema stanno dimostrando per assurdo il problema dei pregiudizi nascosti. Dal momento che essi sono al di là della nostra consapevolezza, possono essere negati. […] Può non essere possibile evitare stereotipi e pregiudizi automatici, ma è certo posisbile rettificarli consapevolmente. Se si è consapevoli di avere dei propri pregiudizi nascosti, si può monitorarli e cercare di migliorare le proprie attitudini inconsce prima di esprimerle in un comportamento. Questa compensazione può includere un'attenzione al linguaggio verbale, al linguaggio corporeo e alla stigmatizzazioe di gruppi-target. (da tolerance.org)

Alleato/alleata: persona che si assume l'impegno e compie lo sforzo di riconoscere il proprio privilegio (basato su genere, razza, classe, identità sessuale, ecc...) e agisce in solidarietà con i gruppi oppressi nella lotta per la giustizia sociale. Gli/le alleati-e capiscono che è nel loro stesso interesse eliminare ogni forma di oppressione, anche quelle da cui possono beneficiare in termini concreti. Gli/le alleati-e si impegnano a ridurre la propria complicità o collusione nell'oppressione di determinati gruppi e investono nel rafforzamento delle proprie conoscenze e consapevolezze dell'oppressione. (da www.racialequitytools.org's glossary)

Privilegio: potere sociale non guadagnato accordato dalle istituzioni formali e informali della società a tutti i membri di un gruppo dominante (per esempio: privilegio bianco, privilegio maschile, ecc...). Di solito è invisibile a coloro che lo detengono poiché siamo socializzati a non vederlo, ma mette chi lo detiene in una posizione di vantaggio sociale rispetto a chi non lo detiene. (da www.racialequitytools.org's glossary)

Privilegio bianco: si riferisce a una serie di vantaggi, concessioni, benefici e scelte non-problematizzate e non-guadagnate conferiti a persone solo a causa del loro essere bianche. Generalmente le persone bianche che godono di questo privilegio ne godono senza esserne consapevoli.

Privilegio bianco strutturale: un sistema di dominazione bianca che crea e mantiene sistemi di pensiero che rendono gli attuali vantaggi [per le persone bianche] e svantaggi [per le persone non bianche] razziali apparentemente normali. Il sistema include potenti incentivi per il mantenimento del privilegio bianco e dei suoi effetti, e potenti conseguenze negative per il tentativo di interrompere il privilegio bianco e ridurre i suoi effetti in modi siginificativi. Il sistema include manifestazioni interne ed esterne, a livello individuale, interpersonale, culturale e istituzionale. [Il termine indica anche] i vantaggi e gli svantaggi del privilegio bianco accumulati grazie ad esso e ad esso collegati che sono riflessi nelle ineguaglianze razziali/etniche dal punto di vista della speranza di vita e altre conseguenze del benessere, del reddito, della ricchezza, in parte attraverso differenti accessi alle opportunità e alle risorse. Queste disparità sono mantenute in parte negando che questi vantaggi e svantaggi esistano a livello strutturale, istituzionale, culturale, interpersonale e individuale, in parte rifiutando di riequilibrarli o di eliminare i sistemi, le politiche, le pratiche, le norme culturali e altri comportamenti e convinzioni che le mantengono.

Privilegio bianco interpersonale: comportamento fra persone che consciamente o inconsciamente riflette la superiorità bianca o la sua legittimazione.

Privilegio bianco culturale: un insieme di convinzioni culturali dominanti riguardo a ciò che è buono, normale o appropriato che riflette la visione del mondo bianca tipica dell'Europa occidentale, e svaluta o demonizza altre visioni del mondo.

Privilegio bianco istituzionale: politiche, pratiche e comportamenti delle istituzioni -scuole, banche, agenzie no-profit, sistema giudiziario- che hanno come effetti il mantenimento o l'incremento dei vantaggi accumulati dai gruppi definiti bianchi, e gli svantaggi per i gruppi razziali o etnici definiti non bianchi.

(da www.racialequitytools.org's glossary)

Supremazia bianca: sistema storicamente determinato e istituzionalmente perpetuato di sfruttamento e oppressione di continenti, nazioni e persone non bianche da parte di persone bianche e nazioni del continente europeo, allo scopo di mantenere e difendere un sistema di ricchezza, potere e privilegio. (da www.racialequitytools.org's glossary)

Complesso del salvatore bianco (white savior complex): si riferisce alle conseguenze del comportamento di una persona bianca che agisce per aiutare persone non bianche, in altri paesi o nel proprio, in una modalità che risulta essere auto-celebrativa o auto-referenziale. “Non riguarda le intenzioni individuali ma l'impatto. L'impatto [di queste azioni] è la continua disumanizzazione e infantilizzazione coloniale di milioni di Africani [o afrodiscendenti]. Il complesso del salvatore bianco può essere fatto risalire alla brutalità razzista del colonialismo” (M. Mumisa, docente alla University of Cambridge). Tra gli elementi problematici del complesso del salvatore bianco c'è la continuazione dell'idea che l'Africa o altri luoghi del Sud del mondo siano lande desolate di povertà, lasciando quindi in ombra altre narrazioni. La narrazione derivante dal complesso del salvatore bianco favorisce una visione unidimensionale degli abitanti del luogo in cui la persona bianca agisce allo scopo di “aiutarli”. Inoltre, le persone bianche, soprattutto nel caso siano persone famose, diventano il centro dell'attenzione dei media, eliminando quindi dalla rappresentazione gli abitanti del luogo che si occcupano di quel determinato problema tutto l'anno.

Razza: costruzione politica creata per concentrare il potere nelle mani delle persone bianche e legittimare il loro dominio sulla persone non-bianche. (da www.racialequitytools.org's glossary). Nota sul termine razza: l'uso del termine "razza" in italiano e, per quello che so, in altri ambiti europei non anglosassoni è controverso. Nella rivendicazione dell'uso di questa parola in percorsi di antirazzismo si rigetta ovviamente qualsiasi riferimento a una presunta differenza biologica ma si evidenzia il suo significato di dispositivo materiale di dominio storicamente e culturalmente costruito. Nella nota alla traduzione del testo di Angela Davis "Donne, razza e classe" a cura di Marie Moïse e Alberto Prunetti si legge: “Nel testo il termine razza traduce l’inglese race al quale Davis non conferisce alcuna connotazione biologica. L’uso che ne fa, al contrario, è squisitamente politico: si tratta di rendere visibile il costrutto teorico che afferma il razzismo come rapporto strutturale di dominio. Il dibattito sull’utilizzo di questo termine è ancora oggi aperto. Se da una parte, infatti, impiegare il concetto di “razza” rischia di naturalizzarlo, dall’altra rinunciarvi non è sufficiente a negare l’esistenza di un sistema di dominio razziale. Al contrario, il rischio è di perdere gli strumenti concettuali per poterlo contestare. In terzo luogo risulta problematica anche la sostituzione del termine “razza” con quello di “etnia” che di fatto torna a naturalizzare una categoria costruita socialmente e che continua ad operare implicitamente per distinzioni binarie e gerarchiche. La “razza nera” in quest’opera non indica una comunità culturale, bensì politica, ovvero il prodotto storico di un sistema di sfruttamento, che nel momento in cui oppone resistenza al sistema stesso afferma la propria soggettività”. 

Identità razziale ed etnica: consapevolezza individuale ed esperienza di essere membro-a di un gruppo razziale ed etnico; rappresenta le categorie razziali ed etniche che un individuo sceglie per descrivere se stesso basate su fattori come ereditarietà biologica, apparenza fisica, affliazione culturale, socializzazione iniziale ed esperienze personali. (da www.racialequitytools.org's glossary)

Razzializzazione strutturale: connota il processo dinamico che crea ineguaglianze cumulative e durature basate sulla razza. Le interazioni tra individui sono modellate da e riflettono strutture sottointese e spesso nascoste che danno forma ai pregiudizi e creano esiti ineguali anche in assenza di attori razzisti o intenzioni razziste. (da www.racialequitytools.org's glossary). Indica il raggruppamento di persone basato sulle differenze fisiche percepite, per esempio il colore della pelle. Questo raggruppamento arbitrario storicamente ha incrementato i pregiudizi ed è diventato uno strumento per giustificare il trattamento crudele e la discriminazione di persone non bianche. (tolerance.org)

Etnicità: costruzione sociale che divide le persone in gruppi sociali più piccoli basati su caratteristiche condivise, come il senso condiviso dell'appartenenza di gruppo, i valori, gli schemi comportamentali, la lingua, gli interessi politici ed economici, la storia e le basi geografiche ancestrali. (da www.racialequitytools.org's glossary)

Razzismo: per i propositi di questo sito, vogliamo che i lettori e lettrici sappiano che utilizziamo il termine “razzismo” specificamente per riferirci a modalità individuali, culturali, istituzionali e sistemiche che hanno come effetto il creare vantaggi per gruppi storicamente o attualmente definiti come bianchi, e creare svantaggi per gruppi storicamente o attualmente definiti come non-bianchi ( Africani, Asiatici, Ispanici, Nativi Americani). Questa idea è in linea con chi definisce il razzismo come una unione di pregiudizio + potere. Combinando i concetti di pregiudizio e potere si focalizza il meccanismo in base a cui il razzismo provoca effetti differenti per gruppi differenti. La relazione e le dinamiche di questi elementi interdipendenti hanno permesso al razzismo di ricreare se stesso generazione dopo generazione, in modo tale che questo sistema che perpetua l'inequità razziale non ha più bisogno di attori razzisti o di promuovere esplicitamente le disparità razziali nelle opportunità e negli effetti per mantenere tali differenze. (da www.racialequitytools.org's glossary) Nota: data la configurazione del razzismo come pregiudizio + potere, è evidente che il cosiddetto "razzismo al contrario", cioè quello delle persone nere verso le persone bianche, non può esistere; possono però esistere stereotipi e pregiudizi delle persone nere verso le persone bianche. Possono anche esistere all'interno delle stesse comunità non bianche stereotipi e pregiudizi verso altre persone non bianche, spesso in relazione alla maggiore o minore adesione ai supposti standard costruiti dalla bianchezza in relazione a fisicità (pelle più o meno chiara), espressioni culturali, lingua ecc... In questo caso ciò si può configurare come razzismo internalizzato.

Razzismo strutturale: la normalizzazione e la legittimazione di una serie di dinamiche -storiche, culturali, istituzionali e interpersonali- che avvantaggiano quotidianamente le persone bianche producendo esiti avversi cumulativi e cronici per le persone non bianche. Comprende l'intero sistema della dominazione bianca, diffuso e infuso in ogni aspetto della società come la sua storia, la sua cultura, la politica, l'economia e il suo corpo sociale. Il razzismo strutturale è più difficile da localizzare in una istituzione particolare perchè richiede effetti rinforzanti di molteplici istituzioni e norme culturali passate e presenti che continuamente riproducono vecchie forme di razzismo e ne producono di nuove. Il razzismo strutturale è la forma più profonda e pervasiva – tutte le altre forme di razzismo emergono dal razzismo strutturale. (da www.racialequitytools.org's glossary)

Razzismo culturale: si riferisce a rappresentazioni, messaggi e storie che promuovono l'idea che i comportamenti e i valori associati alle persone bianche o alla bianchezza siano automaticamente “migliori” e più “normali” di quelli associati ad altri gruppi razzialmente definiti. Si esplica in pubblicità, spettacoli, film, libri storici, definizioni di patriottismo, nella politica e nelle leggi. E' anche una forza potente per il mantenimento dei sistemi di supremazia interiorizzata e razzismo interiorizzato, e lo fa influenzando le credenze collettive riguardo a quali comportamenti definire appropriati, a cosa considerare bello, o a che valore dare alle diverse forme di espressione […] (per esempio quali tratti del viso e caratteristiche del corpo sono considerate belle, quali pratiche di genitorialità sono considerate appropriate). (da www.racialequitytools.org's glossary)

Razzismo individuale: credenze, attitudini, azioni di individui che supportano o perpetuano il razzismo. Può essere un atto deliberato, o l'individuo può agire per perpetuare o supportare il razzismo senza sapere cosa sta facendo. Per esempio: fare battute razziste, usare epiteti razziali, credere nella superiorità inerente alle persone bianche su altri gruppi; evitare persone di colore che non si conoscono personalemente, ma non fare lo stesso con persone bianche sconosciute: accettare le cose come sono (una forma di collusione). (da www.racialequitytools.org's glossary)

Razzismo istituzionale: si riferisce al modo in cui le politiche e le pratiche istituzionali creano effetti diversi per i diversi gruppi razziali. In questo senso, le politiche istituzionali possono non menzionare mai alcun gruppo razziale, ma il loro effetto è creare vantaggi per le persone bianche e oppressione e svantaggi per le persone dei gruppi classificati come non bianchi. (da www.racialequitytools.org's glossary)

Razzismo interiorizzato: è ciò che si verifica in un sistema razzista quando un gruppo razziale oppresso dal razzismo supporta la supremazia e il dominio del gruppo dominante, mantenendo o partecipando alla serie di attitudini, comportamenti, strutture sociali e ideologie che è alla base del potere del gruppo dominante. Il razzismo interiorizzato implica quattro elementi essenziali e interconnessi:

- processi decisionali: a causa del razzismo, le persone non bianche non hanno il potere decisionale finale su ciò che controlla le nostre [delle persone non bianche] vite e risorse. Come risultato, a livello personale, possiamo pensare che le persone bianche sappiano più di noi stessi-e [persone non bianche] cosa serve fare per noi stessi-e. A livello interpersonale, porta [noi persone non bianche] a non supportare la nostra autorevolezza e il nostro potere specialmente se sono in opposizione al gruppo razziale dominante. Strutturalmente, c'è un sistema all'opera che premia le persone non bianche che supportano la supremazia bianca e il potere bianco e punisce o minaccia quelle che non lo fanno.

- risorse: le risorse, nella loro definizione più ampia (soldi, tempo, …) si trovano in modo iniquo nelle mani e sotto il controllo delle persone bianche. Il razzismo interiorizzato è il sistema che rende difficile per le persone non bianche accedere a risorse per le nostre [delle persone non bianche] stesse comunità e controllarle. [Come persone non bianche] impariamo a credere che utilizzare le risorse per noi stessi e la nostre specifica comunità significhi non utilizzarle “per tutti-e”.

- standard: con il razzismo interiorizzato, gli standard di ciò che è appropriato o “normale” che le persone non bianche accettano sono gli standard delle persone bianche o eurocentrici.

- nominare il problema: c'è un sistema che definisce impropriamente il problema del razzismo come un problema di o causato da persone non bianche, e incolpa degli effetti (emozionali, economici, politici) le persone non bianche. Con il razzismo interiorizzato, per esempio, le persone non bianche pensano che le persone non bianche siano più violente delle persone bianche e possono non considerare la violenza politica emanata dallo Stato o la violenza nascosta o privatizzata delle persone bianche e il sistema che le persone bianche mettono in campo e supportano.

(da www.racialequitytools.org's glossary)

Diversità: include tutti i modi in cui le persone differiscono le une dalle altre, e comprende tutte le differenti caratteristiche che rendono un individuo o un gruppo differente da un altro. La diversita [come valore] è onni-inclusiva e riconosce ogni persona e ogni gruppo come parte della diversità che dovrebbe essere valorizzata. Un'ampia definizione di diversità include non solo razza, etnicità e genere – i gruppi che più spesso vengono in mente quando si parla di diversità- ma anche età, origine nazionale, religione, disabilità, orientamento sessuale, status socioeconomico, educazione, stato civile, lingua e apparenza fisica. Comprende anche le differenze di idee, prospettive e valori. (da www.racialequitytools.org's glossary)

Intersezionalità: si riferisce alle modalità sociali, economiche e politiche in base a cui si collegano, si influenzano e si sovrappongono i sistemi di oppressione e privilegio basati sull'identità. Indica le modalità in cui operano i molteplici sistemi di oppressione. Rappresenta un framework per tracciare l'impatto di razzismo, sessismo e altre modalità di discriminazione nel momento in cui si uniscono e creano circostanze a volte uniche, ostacoli, barriere per persone soggette a tutte queste oppressioni. (da tolerance.org). Nota: sul concetto di intersezionalità consiglio per iniziare questo video di Kimberlé Creenshaw, a cui si devono termine e concetto. Le persone bianche con un basso status socioeconomico, o con disabilità, o che non parlano la lingua maggioritaria, o in situazioni di precarietà lavorativa, o LGBTQIA+ possono avere difficoltà a riconoscere il loro privilegio bianco. L'intersezionalità non cancella il loro privilegio bianco ma ha effetti sulla loro esperienza personale di questo privilegio. 

Oppressione: svalutazione, indebolimento, marginalizzaiozne, creazione di svantaggi per determinate identità sociali in contrasto con la norma privilegiata, il tutto operato a livello sistematico; quando ad alcune persone è negato qualcosa di valore, mentre altre ne hanno pronto accesso. (da www.racialequitytools.org's glossary)

Colonalizzazione: la colonizzazione può essere definita come forma di invasione, dispossessione e soggiogamento di una persona [o un gruppo]. L'invasione non è necessariamente militare: può iniziare – o continuare- come intrusione geografica sotto forma di usurpazione agricola, urbana o industriale. Il risultato di tale incursione è la dispossessione degli abitanti originari di ampie porzioni di terra, dispossessione spesso legalizzata a posteriori. Il risultato nel lungo termine di tale massiccia dispossessione è l'ineguaglianza istituzionalizzata. La relazione persona colonizzatrice/colonizzata è per sua stessa natura iniqua poiché la persona colonizzatrice ottiene dei benefici a spese della persona colonizzata. (da www.racialequitytools.org's glossary)

Appropriazione culturale: il furto di elementi culturali [altrui] per il proprio uso personale, per la mercificazione e il profitto – inclusi simboli, arti, linguaggi, tradizioni, ecc...- spesso senza la comprensione, il riconoscimento e il rispetto del loro valore nella cultura originaria. Risulta dalla presunzione del diritto di una cultura dominante (per esempio bianca) ad appropriarsi di elementi culturali altrui. (da www.racialequitytools.org's glossary)

Blackface: rappresentazione di una persona nera/non bianca da parte di una persona bianca ottenuta in particolare attraverso la pratica del tingersi il viso di nero. Si tratta di una rappresentazione caricaturale nata negli Stati Uniti nella prima metà dell'800, con cui attori e attrici bianchi-e interpretavano persone schiavizzate africane liberate, esibendo tutto il repertorio di luoghi comuni associati alle popolazioni africane, ridicolizzandole e identificandole con tratti fisici esagerati e con pigrizia, superstizione e buffoneria. Per questi motivi, la pratica del blackface è da considerare razzista. (rielaborato da ilpost.it) Nota: su questa pratica e sul suo significato consiglio questo video realizzato da AfroitalianSouls.

Fragilità bianca: condizione delle persone bianche in cui, di fronte a un discorso sulla razza o il razzismo, "anche una minima quantità di stress razziale diventa intollerabile e porta ad una serie di modalità difensive, che includono la manifestazione di emozioni come rabbia, paura, senso di colpa e comportamenti come argomentazioni, silenzio e abbandono della situazione stressante. Questi comportamenti hanno la funzione e lo scopo di ripristinare l'equilibrio razziale bianco" (da DiAngelo R., White Fragility. Qui un suo video interessante in inglese). Si tratta quindi di reazioni difensive delle persone bianche quando per esempio viene fatto notare loro che hanno detto o fatto qualcosa di razzista. Lo scopo di queste reazioni è mantenere la posizione dominante delle persone bianche all'interno della gerarchia socciale razzialmente determinata; non si tratta quindi di debolezza, ma di un potente strumento di controllo razziale bianco e di protezione della supremazia bianca e dei privilegi bianchi.

Bianchezza: la bianchezza fa riferimento a una dimensione specifica del razzismo che ha lo scopo di rendere le persone bianche superiori alle persone non bianche. Questa definizione si contrappone alla rappresentazione dominante nell'educazione mainstream del razzismo come isolato a comportamenti determinati che alcuni individui possono o non possono dimostrare, e trascende la denominazione di specifici privilegi. Le persone bianche sono teorizzate come attivamente formate, definite,influenzate ed elevate dalla loro razzializzazione e dalle consapevolezze individuali e collettive in essa formate. (La bianchezza è quindi concettualizzata come una costellazione di processi e pratiche piuttosto che come una entità unica). La bianchezza è dinamica, relazionale e opera in ogni momento e su diversi livelli. Questi processi e pratiche includono diritti fondamentali, valori, crededenze, prospettive ed esperienze considerate condivise e comuni ma che sono in realtà permesse solo a persone bianche. (da racialequitytool's glossary) . Nota: sul concetto di bianchezza consiglio questo video della studiosa Gaia Giuliani.


23 maggio 2020

QUANDO LA SCUOLA E' VEICOLO DI DISCRIMINAZIONI E OPPRESSIONI: LA VIOLENZA DEL CURRICOLO


A scuola si parla poco ( e quando lo si fa spesso male e in modo estemporaneo) di stereotipi, discriminazioni, razzismo, omobitransfobia, abilismo. Eppure la scuola è il luogo dove molti studenti e studentesse vivono quotidiana esperienza di insulti legati al colore della pelle o al genere o alla sessualità, il luogo in cui molti studenti e studentesse sperimentano oppressione, invisibilità, derisione, violenza fisica e psicologica. E' il luogo in cui quotidianamente sono usate parole insultanti, razziste, omobitransfobiche, sessiste.
Servono percorsi di formazione che diano agli/alle insegnanti strumenti per affrontare questi discorsi e comportamenti dei ragazzi-e con i ragazzi-e, ma che partano da come noi persone adulte ci rapportiamo a concetti come stereotipi nascosti, bianchezza, fragilità bianca, eteronormatività, identità/espressione/ruoli di genere, da come socializziamo i bambini e le bambine, fin da piccoli-e, nello stereotipo con il nostro linguaggio e i nostri comportamenti , avallando e riproducendo strutture oppressive e discriminatorie di potere.

A scuola, però, la discriminazione e l'oppressione di determinati gruppi di studenti e studentesse, quelli che si discostano da quella che culturalmente e storicamente è definita come norma (bianco, eterosessuale, maschio, non diversamente abile, italiano nel nostro caso) avviene anche in forme meno manifeste ma non meno pericolose. Una di queste è la “curriculum violence”, cioè la violenza insita nei programmi di insegnamento, negli argomenti affrontati e nel come vengono affrontati. Il termine è stato coniato dagli studiosi neri Erhabor Ighodaro e Greg Wiggan nel loro Curriculum Violence: America's New Civil Rights Issue del 2010 e indica la “manipolazione deliberata dei programmi accademici” che ha effetti negativi sugli studenti e studentesse dal punto di vista intellettuale ed emozionale e che, se ripetuta nel tempo, può configurarsi come trauma in quanto mina una costruzione positiva della propria identità e distorce la propria visione di se stessi-e. La violenza del curricolo emerge quando, per esempio, si affrontano argomenti relativi alla storia di determinati gruppi di persone in modo ideologicamente violento o inaccurato o traumatico, o quando le storie di determinati gruppi vengono omesse o ridotte a episodi didascalici. In realtà non serve neanche che siano scelte deliberate, perchè la non intenzionalità non diminuisce il loro effetto negativo sullo sviluppo intellettivo e psichico degli studenti e studentesse (e parlando di discriminazioni la non intenzionalità non è mai una giustificazione).
Per esempio, raccontare la schiavitù e il commercio delle persone rese schiave dipingendole solo come vittime, eliminando dalla narrazione le vite e le azioni di uomini e donne che hanno cercato di resistere alla schiavitù e lottato per la libertà è violenza del curricolo.
Rendere la schiavitù o altri eventi storici traumatici gli unici argomenti che si studiano della storia delle persone africane è violenza del curricolo.
Costringere studenti e studentesse ad essere raccontati e definiti sempre da qualcun altro, da qualcuno che non fa parte del gruppo con cui uno studente/studentessa si identifica (tenuto conto delle molteplici appartenenze e identificazioni e dell'unicità di ogni persona) è violenza del curricolo.
Costringere uno studente o studentessa a leggere sempre e solo testi in cui non è mai rappresentato-a, per colore della pelle, tratti somatici, identità di genere, orientamento sessuale, tipo di abilità ecc.., è violenza del curricolo.
Eliminare ogni riferimento alle persone LGBTQIA+ e alle loro storie è violenza del curricolo. Cancellare la presenza e le azioni delle persone con diversa abilità è violenza del curricolo.

E' necessario che gli/le insegnanti, soprattutto quelli-e che intendono impegnarsi in una educazione anti-stereotipi, antirazzista, anti-omobitransfobica, anti-abilista, imparino ad esaminare e problematizzare i loro programmi e il loro materiale didattico . E' necessario che imparino a porsi delle domande, a chiedersi se i loro studenti e studentesse sono obbligati ad imparare storie che li/le riguardano in modo nocivo o traumatico o superficiale, o se non hanno mai l'opportunità di imparare storie che li/le riguardano. E' necessario che sappiano trovare strade per insegnare eventi di oppressione, marginalizzazione, sterminio, in modo non traumatico nè vittimizzante, offrendo anche  narrazioni di gioia e resistenza.

“Fin da piccola ho passato tanto tempo sui libri, ma di Haiti non c'era mai traccia. Nessun libro di geografia riteneva saliente la storia di quell'isola – nessun libro di letteratura, figuriamoci di filosofia. E' stata nonna a raccontarmi che Cristoforo Colombo arrivò ad Haiti il 5 dicembre del 1492, trovandola talmente bella da volerla battezzare con il nome di Hispaniola, piccola Spagna. Di Cristoforo Colombo, patrimonio del tutto italiano, mi avevano insegnato ad andare orgogliosa, così ho guardato Haiti per la prima volta dai suoi occhi e l'ho vista brillante, piena di acqua, fiori e arcobaleni. Una sola volta ho trovato un trafiletto su un libro di storia, che con distacco nominava Haiti come la prima destinazione della tratta transatlantica degli schiavi”
da M.Moïse, “Abbiamo pianto un fiume di risate”, in Scego I. (a cura di), Future. Il domani narrato dalle voci di oggi, Effequ, 2020, p. 40.

“Una volta, alle elementari, durante l'ora di italiano, l'insegnante fece fare alla classe di mio padre un dettato: la storia di come l'uomo bianco intelligente era arrivato nella terra dello stupido uomo nero e si era impossessato delle ricchezze della sua terra, di cui lo stupido uomo nero si infischiava, preferendo passare la vita nell'ozio e nei vizi. Papà trascrisse parola per parola, poi smise di parlare e di mangiare fino a che mia nonna non comprese le ragioni della sua sofferenza. La direttrice dell'istituto, convocata a colloquio dalla madre di mio padre, porse così le sue scuse per l'accaduto: ci dispiace, non ci eravamo accorti che il bambino fosse nero.”
da M.Moïse, “Abbiamo pianto un fiume di risate”, in Scego I. (a cura di), Future. Il domani narrato dalle voci di oggi, Effequ, 2020, p. 44.

***           ***
Qui un articolo dell'ottimo sito Teaching Tolerance sulla Curriculum Violence da cui ho preso ampio spunto: https://www.tolerance.org/magazine/spring-2020/ending-curriculum-violence


Nota: leggo in diversi siti statunitensi che il Dott. Igodharo, candidato al Senato in Florida, è stato accusato di condurre una campagna omofoba contro il suo avversario dichiaratamente gay. Il mondo è davvero complicato. La sete di potere forse un po' meno. Qui i riferimenti: https://victoryfund.org/lgbtq-victory-fund-condemns-homophobic-campaign-florida-state-senate-candidate-erhabor-ighodaro/ ; https://www.miaminewtimes.com/news/florida-senate-candidate-erhabor-ighodaro-accused-of-homophobic-comments-11569462

Nota2: sempre interessante comunque l'uso di "american" ad indicare ciò che si riferisce agli Stati Uniti, dimenticando il resto del continente. 

9 febbraio 2020

BULLISMO: PERCHE' E' UNA NOZIONE PROBLEMATICA?


Ieri è stata la giornata nazionale contro il bullismo.
A parte nutrire delle perplessità circa il senso e l'efficacia di queste “giornate”, credo che la nozione di bullismo sia fortemente problematica. E spesso fuorviante.
La problematicità della nozione di bullismo è esposta in modo chiaro in un contributo contenuto nella raccolta Rethinking Sex, Gender and Sexuality edita da Rethinking Schools, casa editrice indipendente statunitense, nel 2016. Il titolo del contributo di Lyn Mikel Brown è “10 Ways to Move Beyond Bully Prevention (and Why We Should)” [“Dieci modi per andare oltre la prevenzione del bullismo (e perchè dovremmo farlo)”]
Si tratta di una lettura molto istruttiva, che vado qui a sintetizzare, consigliandovi di leggere l'originale (di cui non c'è traduzione in italiano al momento).

Innanzitutto, sostiene Brown, la nozione di bullismo è problematica perchè categorizza, etichetta i bambini-e e ragazzi-e come bulli, vittime e spettatori, negando la loro complessità psicologica ed emotiva, come se ci fosse qualcuno capace di fare solo del male e qualcuno capace di fare solo del bene. La dicotomia buono/cattivo quando si parla di persone è sempre pericolosa, come ci suggerisce anche Robin diAngelo parlando di razzismo nel suo White Fragility, in quanto non ci permette di vedere la complessità delle dinamiche relazionali e le influenze del sistema. Chi ha comportamenti prevaricatori o violenti in una situazione o in un dato momento può essere stato in passato o essere in futuro vittima di tali comportamenti, e vivecersa. Inoltre, continua Brown, rende i bambini-e e i ragazzi-e l'unica fonte del problema, annullando o sminuendo gli effetti delle ingiustizie sociali di cui i bambini-e e ragazzi-e sono spettatori nella loro vita, così come il ruolo dei genitori, degli/delle insegnanti, del sistema scolastico e dei media.

Usare la nozione di bullismo come nozione-ombrello sotto cui raggruppare comportamenti diversi scaturiti da motivazioni diverse, inoltre, impedisce di chiamare questi comportamenti per ciò che sono, di nominarli accuratamente: parlare di bullismo spesso impedisce di parlare di razzismo, sessismo, omofobia, transfobia, abilismo. Si parla di bullismo e non si parla di razzismo, sessismo, omotransfobia, abilismo. O si parla di bullismo per non parlare di razzismo, sessismo, omotransfobia, abilismo? Le differenze sono cancellate, tutto diventa genericamente “bullismo”. Per un bambino-a o ragazzo-a, per esempio, vedere un atto di razzismo vissuto scambiato per bullismo significa vedere ancora una volta svalutata la sua percezione della realtà, la sua identità non riconosciuta.

Dal momento che semplifica, categorizza e nasconde, la nozione di bullismo rimane legata all'individuo e non permette di andare oltre, cioè di vedere la relazione fra i comportamenti dei bambini-e e ragazzi-e e l'ambiente che li circonda, per esempio di considerare gli effetti dello stare in luoghi (scuole) in cui non si sentono sicuri, o in cui non vengono trattati con rispetto dai compagni-e o dagli/dalle insegnanti, o in cui non si sentono rappresentanti, né di capire che impatto hanno sulla vita dei bambini-e e ragazzi-e la classe sociale, il genere, la razza1, la religione. E poiché semplifica, contribuisce a promuovere l'idea dell'inesistente bambino-a e ragazzo-a ideale che non mostra mai rabbia, rancore, gelosia; rendendo queste emozioni tabù non se ne parla, e non parlandone non si permette ai bambini-e e ragazzi-e di costruirsi gli strumenti per gestirle.
Inoltre, la nozione di bullismo è spesso legata alle nozioni di “regole” e “disciplina”. Contro il bullismo si creano nuove e più elaborate regole, senza dare spazio a conversazioni sulle regole: chi le ha create? perchè? a chi giovano? sono “giuste” o “ingiuste”? Rispettare l'autorità, ubbidire, non ribellarsi, è sempre desiderabile? L'accento sulla disciplina e sulle sanzioni non dà lo spazio per chiedere, né ascoltare.

Allora, invece di parlare sempre di bullismo, bisognerebbe cominciare a parlare seriamente con i bambini-e e ragazzi-e (e gli/le insegnanti) di razzismo, di sessismo, di omotrasfobia, di abilismo, di discriminazioni legate al corpo. Nominare significa vedere, e vedere significa poter iniziare a costruire insieme delle strategie, differenti in base al contesto e non standardizzate. E invece di categorizzare i bambini-e e ragazzi-e, bisognerebbe valorizzare i loro punti di forza, le loro capacità di agire nel mondo e avere effetti su persone e situazioni, ascoltando il loro bisogno di essere visibili, di sentirsi importanti, di controllare le proprie vite.


1Uso il termine “razza” ovviamente non dal putno di vista biologico, ma come costruzione cultuare che ha impatti sulla vita delle persone razzializzate.

22 gennaio 2020

QUANDO LE DONNE (NERE) LOTTANO PER SE STESSE E PER L’AMBIENTE: LA STORIA DI WANGARI MAATHAI PER BAMBINE E BAMBINI

Di questo libro colpiscono subito le illustrazioni, esplosioni di colori forti, ben delineati, con cui si mescolano immagini realistiche ad altre fortemente simboliche.




Poi i personaggi: insieme a Wangari Maathai, la protagonista della storia, vediamo uomini neri e soprattutto donne nere, tutti-e raffigurati nei dettagli (diversi visi, vestiti, posture, attività), quindi nel loro essere individui e non figure stereotipate.


Il libro Wangari Maathai. The Woman Who Planted Millions of Trees, di Franck Prévot e Aurélia Fronty (versione in inglese della prima edizione francese) narra la storia di Wangari Maathai, nata in Kenya nel 1940 e fondatrice, insieme a gruppi di donne, del Green Belt Movement, un movimento popolare finalizzato alla conservazione dell'ambiente e al miglioramento della qualità di vita della popolazione del Kenya, in particolare delle donne. Dalla sua creazione nel 1976, il Green Belt Movement ha assistito le donne nel piantare più di 20 milioni di alberi. Questa ed altre attività sono valse a Wangari Maathai il Premio Nobel per la Pace nel 2004.

Il libro narra la sua infanzia sotto il dominio coloniale inglese (“gli Inglesi volevano la terra migliore per sè e volevano che i Keniani prendessero nomi cristiani. Ecco perché Wangari, durante la sua infanzia, era chiamata Miriam” -trad. mia), la possibilità di frequentare la scuola, l'università negli Stati Uniti, dove scoprì l’esistenza di un mondo bianco (“Per i successivi cinque anni, Wangari scoprì neve, foreste di grattacieli, e persone che non somigliavano per niente a lei” -trad. mia),  le lotte degli Afroamericani contro la segregazione e e il razzismo (“Wangari scoprì inoltre che anche in un paese grande, libero e indipendente, alcuni posti erano vietati alle persone nere. Come da lei, alcune scuole erano solo per le persone bianche. Negli anni ‘60, gli Afroamericani, arrabbiati, chiedevano gli stessi diritti delle persone bianche” -trad. mia). Poi il rientro in Kenya, i primi gruppi di donne con cui piantare alberi, il carcere (“Fu umiliata, colpita, ferita e imprigionata diverse volte, ma non si arrese mai” -trad. mia) e l'esilio, fino alla elezione al Parlamento. 
Il racconto delle sue vicende personali, quindi, si intreccia con la storia del Kenya e dell’Africa, del colonialismo, dello sfruttamento di persone e terre, della sete di ricchezza dei governanti, della repressione, ma anche con le lotte delle persone nere altrove

Il testo, dal punto di vista del linguaggio e soprattutto dei rimandi storici, non è sempre facile, ma offre spunti preziosi per parlare con i bambini e le bambine di ambiente, oppressione, razzismo, lotta, comunità. Modificando un po' il testo durante la lettura io l'ho trovato adatto dai 5 anni, ma sicuramente con bambini e bambine più grandi le discussioni possono essere più approfondite.

Il testo quindi ha diversi punti a suo favore: ha una donna nera come figura centrale, rappresenta persone (nere e in particolare donne) che lottano per la preservazione dell'ambiente, contro la repressione e il razzismo, presenta diversi rimandi interessanti alla dominazione bianca e accenna a dinamiche di genere (“le bambine dovevano aiutare la propria madre prima di sposarsi e avere loro stesse dei figli e figlie” -trad. mia). 

Rimane come punto problematico il porsi nell’ambito di quella ideologia dell'eroe/eroina di cui parlavo qui, che è però in parte mitigata dal sottolineare l’importanza della comunità, di donne in particolare, per agire il cambiamento. Altro punto che, nell'ambito di uno sguardo ai libri "con la lente del pregiudizio", potrebbe non giocare a suo favore è il non essere stato scritto e illustrato da persone nere.
Nonostante questo, un buon libro, con illustrazioni magistrali, in cui trovare una rappresentazione di sè o una immagine di altro da sè.




16 gennaio 2020

'L'ERBA MAGICA DI TU YOUYOU": ANCHE LE BAMBINE (CINESI) POSSONO DIVENTARE SCIENZIATE


Non è facile trovare albi illustrati in italiano che abbiano personaggi non-bianchi, ancor meno che abbiano come protagoniste bambine/donne non-bianche. Una piacevole eccezione è “L'erba magica di Tu Youyou”, di Xu Lu e Alice Coppini, che narra la vita della farmacista cinese Tu Youyou, esperta in medicina tradizionale cinese e scopritrice dell'artemisinina, molecola ricavata dalla pianta artemisia annua efficace contro la malaria. Questa scoperta le è valso il Premio Nobel per la Medicina nel 2015: è stata la prima riceratrice cinese ad aver lavorato solo in Cina ad averlo ricevuto.



Il libro racconta il primo incontro di Youyou con la medicina tradizionale cinese grazie a un vecchio medico conosciuto da bambina e da cui ha imparato i segreti delle piante. La segue poi nei suoi studi universitari fino alla ricerca della cura per la malaria e infine al Nobel.

Le illustrazioni sono delicate e realistiche, con tanti dettagli interessanti per un piccolo lettore e lettrice. Il racconto è reso con frasi semplici ma ricche dal punto di vista lessicale e rappresentano un buono stimolo per i bambini e le bambine interessati-e all'argomento.

Di solito non amo i libri dedicati a personalità famose o che hanno compiuto azioni particolari perchè si collegano a quella “ideologia dell'eroe/eroina” che dà l'idea che una persona (soprattutto non-bianca) debba compiere qualcosa di speciale per avere valore, per essere degna di essere rappresentata in un libro.

Ma in questo (e qualche altro) caso faccio un'eccezione.
E' un libro in cui si parla di lentezza (il lavoro paziente di ricerca delle piante del vecchio medico), di impegno, tentativi, sconfitte e scoraggiamento, di erbe come ricchezze, di tradizioni come risorse.
E' un libro che offre ai bambini, e soprattutto alle bambine, la possibilità di ciò che potranno fare (tenute in considerazione tutte le difficoltà che una donna - ancor più non-bianca - incontra in questo percorso di vita). Può essere una lettura importante per tutte le bambine, e ancor più per le bambine sinodiscendenti, che possono trovare in Youyou una rappresentazione in cui riconoscersi.

***
Due piccoli elementi problematici:
- l'accenno alla sperimentazione sugli animali. Ma può essere un buono spunto per problematizzarla.
- l'utilizzo dell'aggettivo "strano" per riferirsi a un nome. L'aggettivo "strano" è problematico perchè trasmette un giudizio, pone ciò a cui si riferisce in contrasto con una supposta idea di "normalità" che, di solito, è la noma occidentale eurocentrica bianca. Ma, anche qui, può essere usato come punto di partenza per riflettere su come possiamo sostituire "strano" con "diverso".

3 novembre 2019

"SOŇADORES",UN'ALTRA NARRAZIONE DELLA MIGRAZIONE IN UN ALBO ILLUSTRATO


Ci sono tanti albi illustrati che parlano di migrazione*. Ed è molto importante che i bambini e le bambine possano sfogliarli, leggerli, guardarli, sia che si tratti di bambini e bambine che hanno vissuto la migrazione e che quindi possono in qualche modo vedere rappresentata una storia simile alla loro, come in uno Specchio, sia che si tratti di bambini e bambine che hanno sempre vissuto nel posto in cui sono nati-e, affinchè i libri possano costituire una Finestra su esperienze e realtà diversi dalle loro.

Ci sono tanti bei libri sulla migrazione. Molto spesso però (per non dire quasi sempre) propongono storie cupe di dolore, di fuga, di disperazione. Che è vero, la migrazione spesso è così, porta con sé quelle esperienze lì, ma proporre solo libri che danno questa lettura della migrazione può essere problematico perchè quel tipo di migrazione può diventare uno stereotipo, può diventare l'unico tipo di esperienza associata alla migrazione, diventare la narrazione unica sulla migrazione, quindi anche fornire un'immagine non accurata e tolkenistica delle persone che migrano. Chi ha una migrazione alle spalle, inoltre, potrebbe o non sentirsi rappresentato qualora la propria esperienza fosse diversa, o al contrario venire travolto dalle emozioni dei ricordi, magari non piacevoli.
E allora è importante averli e proporne la lettura ai bambini e bambine, ma anche proporne altri che si sgancino da quella narrazione e che narrino un altro tipo di esperienza della migrazione.

Uno di questi è SOŇADORES (DREAMERS nella versione inglese), di Yuyi Morales, artista nata e cresciuta in Messico e che ora vive negli Stati Uniti, dove ha ricevuto numerosi premi di letteratura per l'infanzia.


Qui Yuyi Morales racconta la sua storia, quando si trasferì negli Stati Uniti con il marito, cittadino statunitense, e il piccolo figlio. Come lei e il figlio, i protagonisti di questo albo illustrato arrivano in un paese nuovo, in cui non conoscono nessuno, di cui non conoscono la lingua; si sentono soli, spaesati e tristi. Ma un giorno, per un gioco fortuito, scoprono un luogo che cambierà le loro vite: la biblioteca pubblica.

Soňadores, con illustrazioni potenti, immaginifiche, ricche di simbolismo che richiama alle culture ancestrali del Messico, è una celebrazione di ciò che una persona migrante porta con sé, delle sue radici, ma anche di quello che vede davanti a sé, della sua forza, della tenacia per crearsi una casa e un proprio percorso di vita altrove. 
E' un libro sulla lingua, sul potere della parola, sulla presa di parola, sull'emancipazione.

"SOMOS HISTORIAS.
SOMOS DOS LENGUAS.
SOMOS LUCHA.
SOMOS TENACIDAD.
SOMOS ESPERANZA.

SOMOS SOŇADORES,
SOŇADORES DEL MUNDO."

Qui Yuyi Morales parla del suo libro (in inglese): https://www.youtube.com/watch?v=CAiTFJaNiD8

*Uso qui il termine “migrazione” perchè mi sembra possa contenere in sé i due punti di vista del viaggio, l'immigrazione e l'emigrazione. Idem per i derivati “migrante, migratoria, ecc...”.

17 ottobre 2019

TRE ALBI ILLUSTRATI PER CELEBRARE L'INDIGENOUS PEOPLE DAY


Nei giorni in cui ricorre l'Indigenous People Day, per ricordare, riconoscere e celebrare le persone Native Americane, le loro culture e le loro storie, e nella speranza di assistere all'eliminazione del Colombus Day, ecco tre consigli di lettura, tre albi illustrati  scritti e illustrati da donne discendenti Native Americane che celebrano tre popolazioni Native Americane al di fuori di ogni stereotipo.


THE GIRL AND THE WOLF


Una bambina perde le tracce della madre nel bosco. E' impaurita e affamata. Il giorno sta per svanire. Ed ecco comparire un lupo grigio che la aiuta a ritrovare la strada. O meglio, che attraverso delle domande la aiuta a trovare in sé stessa la forza e le capacità per ritrovare la strada. La bambina lo ringrazierà lasciando per lui sotto a un albero un pacchettino di stoffa rossa con del tabacco, una delle quattro medicine sacre per le popolazioni Native. Un libro semplice  anche nelle illustrazioni ma profondo, con una visione fortemente empowering, scritto da Katherine Vermette, canadese discendente Métis, membra dell'Aboriginal Writers Collective of Manitoba, e illustrato da Julie Flett, discendente Cree-Métis.

MY HEARTH FILLS WITH HAPPINESS/NI SAKASKINEH MIYAWATEN NITEH OHEIH


Che cosa ti riempie il cuore di felicità? Camminare a piedi nudi nell'erba, ascoltare storie, annusare i buoni profumi della cucina, ma soprattutto vedere il viso delle persone che ami. Un piccolo gioiello dalle parole semplici e dai colori accesi, scritto da Monique Gray Smith, canadese discendente Cree e Lakota, e illustrato, come il precedente, da Julie Flett. Il libro è bilingue inglese e cree, il che evidenzia come le lingue Native Americane siano vive ancora, nonostante  i tentativi violenti di cancellarle.

SWEETEST KULU


Una storia della buonanotte dolce e poetica scritta da Celina Kalluk, autrice discendente Inuit. e illustrata da Alexandria Neonakis. Un bimbo appena nato e diversi animali dell'Artico che vanno a dargli il benvenuto, portando con sé i valori della cultura Inuit, in un libro dalle illustrazioni delicate ma realistiche che celebra la nascita, la forza dello spirito, l'amore e il rispetto per gli animali e l'ambiente.